Miriam Colognesi

Ogni tempo ha il suo sguardo

 

Daria Jorioz

 

 

“Poiché ogni tempo ha occhi diversi, Donatello nel 1930 appare diverso da quel che appariva nel 1870”. Così lo storico dell’arte berlinese Max J. Friedländer, in un’opera divenuta un classico della storiografia artistica del Novecento, dal titolo Il conoscitore d’arte, sottolinea la differenza di percezione e interpretazione delle opere d’arte nelle varie epoche. 

Il progetto artistico di Miriam Colognesi, Autoritratti al Museo, ci consente di osservare quanto sia affascinante, complessa, poliedrica, la percezione delle opere d’arte da parte del pubblico. 

Giocato sul doppio versante della spontaneità da una parte e della messa in scena teatrale dall’altra, il suo lavoro creativo rivela alcune analogie di intenti con l’approccio dell’artista brasiliano Antonio Dias, il quale ha dichiarato di voler «far scattare nello spettatore il meccanismo delle analogie visive, delle proiezioni interiori, oppure il suo raziocinio analitico», in un movimento mentale continuo. Sempre Dias afferma: «Qui non conta il perché della mia scelta, il viaggiante non sono io», quasi l’artista volesse sottrarsi, nella realizzazione della sua opera, alla centralità della scena per mettere in primo piano l’osservatore, assegnando a sé il ruolo di demiurgo che sollecita il pubblico ad un’interazione creativa. 

Il progetto espositivo Autoritratti al Museo, poi, pone la fotografia al centro della creazione artistica, suggerendoci alcune riflessioni. Indubbiamente nella società contemporanea la fotografia è diventata un’arte di confine, un linguaggio in continua metamorfosi, la cui costante ridefinizione rinvia al concetto di moltiplicazione. Eppure la fotografia è ancora in grado di produrre idee, veicolare messaggi, sperimentare tecniche. 

Miriam Colognesi ci mostra che i confini tra arte contemporanea e fotografia si sono fatti più labili, che ambiti diversi e limitrofi possono coesistere e arricchirsi vicendevolmente, che la categoria del ritratto, genere artistico codificato nella storia dell’arte, può ancora riservare sorprese.

Se è vero che la fotografia è entrata negli ultimi anni a pieno titolo nelle collezioni dei grandi musei d’arte e basti qui ricordare il caso del Rijksmuseum di Amsterdam, la cui nuova Ala Philips ha aperto a fine 2014 alle collezioni del Novecento e alla fotografia con la mostra Modern Time. Photography in the 20th Century, è altrettanto vero ciò che dice il critico d’arte Flaminio Gualdoni quando afferma che viviamo in un’epoca di grandi accelerazioni, in cui ormai tutte le categorie, dalla foto artistica al reportage, vengono messe in discussione al punto da essere ormai superate se non addirittura svuotate di significato. Assistiamo oggi ad un vero rivolgimento epocale, come sottolineano esperti del settore quali Quentin Bajac, autore del volume Après la photographie, edito a Parigi nel 2010, ad una trasformazione radicale le cui conseguenze non sono ancora interamente compiute. Siamo così passati dal celebre e celebrato instant décisif di Henri Cartier-Bresson a un’estetica dal basso, in cui tutti scattano fotografie in qualsiasi ambito e in qualsiasi momento. La fotografia pare dunque essersi trasformata in un fatto linguistico naturale, alla portata di tutti, diventando il medium privilegiato delle generazioni di nativi digitali, ma rischiando nel contempo di smarrire la propria identità e intensità espressiva. 

Il progetto fotografico Autoritratti al Museo si colloca dunque in un contesto di grande fluidità e può essere considerato a pieno titolo una performance artistica. Miriam Colognesi si confronta con il tema del ritratto, dimensione espressiva a lei congeniale. Nella storia dell’arte, e la storia della fotografia non si sottrae a queste riflessioni, il ritratto ha sempre avuto un ruolo fondamentale, accanto alla sua declinazione più estrema, quella dell’autoritratto. Il genere del ritratto e dell’autoritratto si prestano ad approfondimenti di grande ampiezza e non solo per le loro implicazioni psicologiche, antropologiche e sociali. Indubbio è il fascino che il ritratto esercita sull’osservatore, così come grande è la complessità di attrazione che l’essere umano ha verso la propria immagine. L’autoritratto, in particolare, è simbolo di libertà individuale e affermazione espressiva personale, pur conservando un lato in ombra, quello egocentrico e narcisistico. Si tratta dunque di un genere dalla forte ambivalenza e di particolare rilievo in ambito storico-artistico, al quale lo storico dell’arte inglese James Hall ha dedicato il suo recente illuminante lavoro: L’autoritratto. Una storia culturale, tradotto da Einaudi nel 2014. 

Gli scatti che compongono l’esposizione Autoritratti al Museo suggeriscono percorsi, offrono suggestioni, consegnano all’osservatore un quadro poliedrico, vivace e vitale dei nostri luoghi d’arte e un ritratto inedito dello straordinario pubblico che li frequenta. 

I ritratti che compongono questo volume sono concettualmente degli autoritratti, come recita il titolo del progetto di Colognesi, poiché presuppongono l’intervento diretto della persona fotografata, a cui l’artista ha chiesto di scegliere un’opera d’arte all’interno dello spazio museale e di interpretarla in totale libertà. 

La stessa Miriam Colognesi non si sottrae alle lusinghe dell’autoritratto e ci propone in questo progetto quattro immagini che la ritraggono. L’artista dialoga con l’Erma di Saffo di Antonio Canova (1819-1820), pare voler inghiottire le pecore in fila alla luce crepuscolare di Pellizza da Volpedo nel dipinto Lo specchio della vita, gioca con l’immaterialità dell’immagine nella Cucina con cometa, affascinante olio su tela di Francesco Tabusso datato 1997, danza leggiadra tra i cromatismi di Gallizio.

Al di là del discorso legato all’immagine di sé, poi, le fotografie realizzate da Miriam Colognesi compongono una sorta di autoritratto di gruppo, la cui efficacia espressiva e narrativa si basa sulla capacità dell’artista di far esprimere il visitatore, di indurlo a dichiarare il proprio amore o la propria curiosità per un dipinto, di farlo giocare con le immagini e i contenuti delle opere d’arte. Si compone così un grande affresco, una sorta di rituale collettivo, in cui alcune delle persone fotografate si mostrano apertamente, altre scelgono di far parlare l’opera d’arte, poiché come dice una recente accattivante campagna pubblicitaria istituzionale del Ministero per i beni e le attività culturali «L’arte ti somiglia».

Il progetto Autoritratti al Museo di Miriam Colognesi ha poi il grande merito di comporre un elogio all’arte e alla sua forza espressiva. Ognuna delle opere da cui è tratta ispirazione viene posta al centro dell’osservatore. Così il sontuoso cinquecentesco dipinto di Paolo Veronese, Cena in casa di Simone Fariseo, della Galleria Sabauda di Torino, emerge in tutto il suo splendore. 

Allo stesso modo possiamo cogliere con stupore e meraviglia i dettagli e l’insieme delle opere di alcuni significativi autori contemporanei esposti al Castello Gamba di Châtillon, da Omar Galliani a Roberto Barni, da Joe Tilson a Chiara Dynys, per giungere alla forza espressiva delle strabilianti opere di Enrico Baj, presentate in mostra nelle sale espositive del Museo Archeologico Regionale di Aosta nell’estate 2016. E questo elogio all’arte è anche un elogio ai luoghi e alle istituzioni che custodiscono l’arte e la rendono fruibile: un ringraziamento particolare va a tutte le sedi museali che hanno accolto Autoritratti al Museo, dimostrando quando hanno a cuore la loro mission, quella non solo di custodire ma anche di valorizzare il nostro straordinario patrimonio culturale, anche all’interno di un progetto contemporaneo. L’arte è la nostra ricchezza, la nostra identità. Come affermavano i secessionisti viennesi, Der Zeit ihre Kunst, der Kunst ihre Freiheit. 

«Ogni artista vorrebbe sapere cosa passa nelle mente dello spettatore quando è davanti alle sue opere. Un aspetto difficile da conoscere, perché la fruizione dell'arte, per convenzione, esclude qualsiasi tipo di manifestazione positiva o negativa, a favore al contrario di un atteggiamento formalmente inespressivo. Invece l'arte, essendo qualcosa che comunica al di là della razionalità e del linguaggio organizzato e che agisce, invece, sul piano delle emozioni e dell'empatia, suscita reazioni che sono plurime, individuali e quindi personalissime.

Ogni opera sembra essere diversa nella percezione degli spettatori in una sorta di declinazione infinita. Marcel Duchamp diceva addirittura che “chi guarda fa il quadro”: e dalle sue parole è nato il progetto di Miriam Colognesi, una mostra di ritratti fotografici allestita all'Hôtel des États ad Aosta. In realtà si tratta di autoritratti: l'artista ha girato per mostre e musei chiedendo al pubblico di interpretare le opere mettendosi in relazione scenografica con esse. Il lavoro è un viaggio a spirale attraverso i generi del ritratto e dell'autoritratto.
Miriam Colognesi ritrae i suoi soggetti in pose spontanee suscitate dalla libera interpretazione di opere davanti a cui si trovano: chi ritrae chi? Un domino di suggestioni reciproche, dove ritratto e autoritratto si riflettono e confondono, rendendo queste immagini dei piccoli mondi da leggere, oltre che da guardare [...]».

Olga Gambari, Lo spettatore è nel quadro, la Repubblica.it, 17 agosto 2017

L’artista raggiunge un luogo prescelto: una roccia, un prato, una cascata o altro, si posiziona e poi fa scattare la macchina fotografica, luoghi che solitamente sono impervi e isolati, molto distanti dagli spazi antropizzati.
Nel suo “mettersi a nudo” in modo certamente non appariscente, c’è un sentimento di pudore ma non di timidezza puritana, di raccoglimento ma non di nostalgia fetale. Colognesi infatti assume le sue posizioni in forma serena e compositivamente armoniche: in queste, le pulsioni problematiche e le sue tensioni – interne (inconsce e consapevoli) ed esterne (un animale che si avvicina, la percezione di un pericolo, un accidente atmosferico) – trovano un attimo di “sosta”, di “serenità” di “sospensione”, proprio, ed anche, nell’operazione estetica.
La (con)fusione con la natura – accanto o sulla quale si pone con severo, ma tranquillo, rispetto – è il messaggio più intenso che possiamo cogliere nelle sue fotografie: c’è una sorta di simbiosi tra il suo sé (il suo corpo) e la natura. Potremmo dire che sul piano del pensiero riflessivo abbiamo una rilettura della filosofia della “Natura naturans/Natura naturata” cioè della Natura che crea e che è creata, così il “corpo”, la “persona” è tanto natura creata quanto essere naturale che crea; mentre sul piano emozionale abbiamo una grande liricità che proviene dalle forme dell’artista immerse nello spazio della natura. E qui è da dire che l’osservatore delle opere di Colognesi resta nel dubbio se sia la sua figura a dare senso alla natura o se sia questa a dare significato al corpo nella sua nudità naturale, con tutte le sue caratteristiche plastiche e luminose. Anche noi lasciamo sospesa la questione, se non altro per rispetto dell’arte che non dà mai soluzioni bensì pone – o dovrebbe porre, quando è arte vera – i problemi, i quali dall’aspetto formale poi slittano su quelli contenutistici, cioè intellettuali ed emotivi. Certamente le immagini della Nostra possono collocarsi in quei territori artistici che definiamo “lirici”, dato l’alto tasso di poeticità e di sensibilità che riscontriamo nei suoi lavori.
Ed ancora: come la Natura è imprevedibile nel suo essere e nelle sue manifestazioni, così l’opera che risulta dall’autoscatto ha anch’essa dell’imprevedibile e della casualità. Infatti quando si fotografa una realtà altra che sta davanti a colui che fotografa, costui, se la camera è analogica, vede nel mirino, mentre, se è digitale, guarda nel display l’immagine che poi risulterà nella stampa; invece con l’autoscatto l’artista può solo “immaginare” ma non “vedere” cosa risulterà dopo lo scatto, poiché c’è un lasso di tempo e /o dei movimenti tra la preparazione e la realizzazione, ed è proprio questo che provoca quel senso di indeterminatezza che ci pare accresca il fascino dell’autoscatto.

GIORGIO BONOMI, MILANO 1 DICEMBRE 2013

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